L’ULTIMO EUROPEO

Storia di una generazione perduta

Scrivere un romanzo è di per sé un’idea disgraziata, soprattutto in quest’epoca… Ma non è certo l’idea più grama che si possa avere, a far peggio di scrivere un romanzo – infatti – c’è solo il pubblicare un romanzo. È lì che ti giochi la difesa in tribunale: se pubblichi, allora c’è il dolo, te la sei andata a cercare.

Ho sempre considerato questa faccenda di scrivere come un vizio imbarazzante – come può essere la cocaina o l’andare di nascosto a travestiti – insomma, una di quelle cose ch’è meglio non far sapere in giro. Anche perché – in fondo – in Italia scrivon già tutti: scrivono le puttane e gli sbirri, le maestre d’asilo e le impiegate statali, scrivono i docenti universitari e gl’imprenditori con le Hogan ai piedi, i pizzaioli e i cuochi e poi scrivono i banchieri, gl’immigrati e i politici… E alla fine nessuno legge mai un cazzo. E fanno bene. Voglio dire, chi è che leggerebbe un romanzo scritto da Walter Veltroni o il libro d’esordio della tua maestra elementare? Sto cazzo. Ecco chi.

Credetemi sulla parola, io odio apparire. Lo detesto, mi fa schifo. È già tanto che riesco a tenermi un lavoro senza dar troppo nell’occhio… Non avete idea di quanto si fatichi, oggigiorno, per restare invisibili o quantomeno distanti dalle bassezze dei moderni esseri umani.

Io ho sempre scritto, sin da quand’ero bamboccio ed è stato il mio modo, il mio personalissimo modo, per restare vivo. E a forza di scrivere, poi – presto o tardi – s’arriva sempre alla fantasia di pubblicare e ammetto, senza troppi fronzoli, d’avervi ceduto.

Quando finii di scrivere l’Ultimo Europeo, gli agenti editoriali a cui m’ero rivolto, espressero la loro opinione: spazzatura misogina, delirio omofobo stilisticamente orrendo  propaganda reazionaria camuffata da romanzo -totalmente impubblicabile – una merda.
Nel momento esatto in cui stavo per mollare, un editore decise di credere nella mia opera. Erano i ragazzi della Libreria Europa e così, di punto in bianco, il delirio d’un modesto grafomane stava per trasformarsi in un vero romanzo. Ero contento? No. Avevo paura. Molta paura.

L’Ultimo Europeo è un romanzo dedicato ai pischelli della mia generazione.

Noi Millennials siamo – a detta di molti – una Generazione Perduta. Non so dirvi quale fosse di preciso la nostra battaglia ma so per certo che l’abbiamo persa: abbiamo creduto nel pensiero aziendalista, nel multiculturalismo, nella flessibilità occupazionale e nella meritocrazia, abbiamo creduto a tutto quel che c’hanno ordinato ma adesso la nostra giovinezza è finita e siamo tutti dei miserabili.

Lungi da me disperdermi in verbose analisi socio-politiche da vecchio rincoglionito o in petulanti statistiche da liberale pederasta. È un dato di fatto: ce l’hanno messa nel culo.

Le ragioni che m’hanno portato a scrivere l’Ultimo Europeo, sono – in verità – molto banali: nessuno scrittore della mia età aveva mai scritto un romanzo sui Millennials italiani e forse nessuno l’avrebbe mai scritto. Allora ho pensato: vaffanculo, lo scrivo io, ‘sta merda di romanzo… Ho pensato… E niente… L’ho fatto.

Di cosa parla? Bella domanda. Ho sempre avuto una difficoltà enorme nello spiegare alla gente di cosa parlasse ‘sto romanzo… D’altronde, se non son mai riuscito a convincere un imprenditore bastardo a darmi un lavoro, un motivo ci sarà… Non so vendermi. E ne vado pure fiero.

L’Ultimo Europeo è la storia di come la mia generazione abbia mancato il suo appuntamento col destino ed è una storia di giovani sterili e complessati, di periferie allo sbando, di lavori precari e di lauree inutili, la sintesi di un decennio d’Austerity e qualunquismo, è la storia di una rivoluzione mai cominciata, la storia dell’Europa che si fa retorica e calcolo, che deride le anime e poi le calpesta, per poi agonizzare silenziosa, in mezzo ai fragori della Movida, fra le bottiglie scocciate dei marocchini e gli sguardi altezzosi delle pischelle di Roma Nord.

Questo è il mio romanzo. C’ho messo tutto l’odio di cui ero capace. Voglio dedicarlo ai fuoricorso, ai precari, agli incel, ai disoccupati, ai sovranisti, agli espatriati e ai complottisti. Voglio dedicarlo – insomma – agli sconfitti del mio tempo, alla mia gente. A noi, ultimi europei.

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Vorrei ringraziare con largo anticipo i pochi – temerari e pazzi – che compreranno una copia del mio romanzo e voglio ringraziare, con ancor più largo anticipo, i pochissimi – marci e rabbiosi – che lo leggeranno.

¡Viva la muerte!

Pablo Florio.

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